VITTORIO VENETO. Un seminario antiviolenza rivolto alle forze dell’ordine. “Le donne non si sentono protette”

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Di fronte ad una donna che denuncia situazioni di abuso è fondamentale distinguere subito il «conflitto» e le dinamiche di litigiosità dalla «violenza domestica» vera e propria che va invece immediatamente riconosciuta ed affrontata come tale. Questo è il messaggio che emerge dal seminario destinato agli operatori delle Forze dell’Ordine, organizzato dal Centro Anti Violenza del Comune di Vittorio Veneto, che si è tenuto ieri al Museo della Battaglia. Vi hanno preso parte donne e uomini della Polizia di Stato, dei Carabinieri e della Polizia Locale.
Ida Grimaldi, avvocato cassazionista del Foro di Vicenza ha sottolineato il fatto che, ancora oggi, di fronte agli episodi di violenza «la maggior parte delle donne italiane dichiara di non sentirsi protetta né dalla legge né dalle forze dell’ordine e quindi preferisce tacere».

Il ripetersi di fatti di cronaca drammatici e la recente introduzione del cosiddetto ‘’Codice Rosso’’ mantengono comunque il tema al centro dell’attenzione dei media. In ogni caso, anche prima del ‘’Codice Rosso’’, spiega Grimaldi, l’Italia aveva già «sottoscritto la Convenzione di Istanbul del 2011, diventata poi la legge 77 del 2013» che «impone la tutela delle vittime di violenza domestica e la lotta contro gli stereotipi che la rendono in qualche modo ‘’accettabile”, rimarcando il loro bisogno di sicurezza» da garantire prima di tutto con una «risposta immediata alle denunce».
L’introduzione del «Codice Rosso» viene giudicata positivamente dai molti operatori di polizia presenti in sala. Perché allora questa importante novità legislativa è stata oggetto di dibattito anche in seno al Consiglio Superiore della Magistratura?
«Di fatto – spiega Grimaldi – con la nuova legge, tutto può diventare codice rosso: si ridurrebbe insomma la possibilità da parte del Pubblico Ministero di distinguere quali sono i casi effettivamente rilevanti e quali no. C’è inoltre il rischio di compromettere l’indagine perché le vittime non sempre, senza prima aver ricevuto un adeguato sostegno, sono disposte a riferire al magistrato le loro vicende drammatiche». Capita anche che denuncino e poi, tornate a casa, di fronte alle scuse del compagno, ritrattino perdendo credibilità.

Come spiega la dr.ssa Maria Quadri, psicologa e psicoterapeuta, le donne vittime di violenza «nonostante livelli di istruzione anche alti, non sono in grado di esporre chiaramente e lucidamente la situazione che vivono. Non sembrano avere la forza necessaria a difendersi. Spesso questa condizione le fa passare per soggetti non attendibili ed è una difficoltà che rilevano anche gli psicologi e non solo gli operatori delle forze dell’ordine. Occorre tempo prima che riacquistino la loro sicurezza. Il grande valore dei Centri Anti Violenza sta proprio nel riuscire a far compiere loro i passi necessari a valorizzare le proprie competenze e a riprendere in mano se stesse e la loro genitorialità». Ma non è ancora tutto. «Le donne che vivono situazioni di violenza grave – continua la dr.ssa Quadri – spesso non sono in grado di valutare i rischi che corrono e non adottano i comportamenti consigliati loro dalle forze dell’ordine che pure sarebbero importanti per tutelare la propria sicurezza». A volte si tratta di cose all’apparenza banali come non aprire la porta di casa al partner violento che è stato allontanato dal giudice. «È fondamentale però capire che tutto ciò accade sempre all’interno di una dinamica da cui la donna non è ancora uscita e che, per questo, occorrono pazienza e tanta disponibilità».