CASTELFRANCO. Il conte Macola e il suo réportage sui barconi di italiani in Brasile

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Serata con sorprese ieri a Castelfranco Veneto al Patronato Pio X, dedicata a Ferruccio Macola, conte castellano, più volte parlamentare del Regno, vincitore nel duello, purtroppo e incidentalmente mortale, con il deputato Felice Cavallotti, giornalista, morto poi suicida a 49 anni e sepolto anonimo a Rovigo. La figura di Macola è stata raccontata da Giancarlo Saran, insieme con Carlo Simioni. Il conte Ferruccio Macola è figura poco nota, sebbene abbia abitato in Villa Barbarella, la casa del Giorgione, e ora sede del Conservatorio Steffani, sebbene sia stato fondatore, socio e direttore del quotidiano di Genova Il Secolo XIX e poi lo stesso della Gazzetta di Venezia, e l’occasione per riproporlo è la festa di San Valentino della comunità castellana, ricordando il libro-reportage che il Macola (foto) giornalista ha scritto sui migranti italiani, veneti in particolare, partiti per il Brasile. Egli si è infatti unito a loro in un barcone diretto con oltre 20 giorni di navigazione a Rio de Janeiro, lì si è trattenuto per almeno due mesi, indagando e scrivendo sulle condizioni dei nostri connazionali, richiamati e arrivati nel grande e ricco Paese proprio in concomitanza con l’abolizione della schiavitù: era necessaria nuova manodopera e l’Europa ne aveva in abbondanza, il Veneto più di altri. Si calcola che sui 26 milioni di popolazione in Italia siano stati almeno 5 milioni gli emigrati per le Americhe.
Fa bello oggi sapere che in intere regioni i veneti abbiano conservato linguaggio (il ‘Talian’) e le tradizioni d’un tempo, che abbiano oggi tavole imbandite d’ogni ben di dio come scongiuro contro l’antica fame. Ma non fa bello verificare che di loro il nostro Paese non si ricorda proprio. Già verso la fine del 1800 il Macola raccontava la differenza tra tedeschi, inglesi, francesi e gli italiani. Gli italiani erano abbandonati a loro stessi, gli altri erano invece accompagnati da banche, da istituzioni, da organizzazione di scambi commerciali… Ha fatto una forte impressione la lettura fatta da Giancarlo Saran di alcuni passi del libro di Ferruccio Macola “Alla conquista del Brasile: 1893 – sulla rotta degli emigranti”. Le condizioni igieniche negli emigranti in viaggio erano al di sotto dell’umano, al loro arrivo scoprivano l’inganno dell’ingaggio e venivano spediti all’interno a disboscare e a far sloggiare i nativi dalle loro terre. Ma spesso, molti di loro non arrivavano lontano. Appena sbarcati erano infatti ammassati in grandi capannoni, fatti dormire su stuoie già utilizzate chissà da quanti altri prima di loro, e imperversava, in quelle condizioni igieniche, la febbre gialla. Tanto imperversava che tra l’interporto, ha raccontato Saran, e il cimitero era stata costruita una linea ferroviaria dedicata e, se il defunto era povero, la cassa ritornava al porto per essere riutilizzata da altro povero.

Quello di Carlo Simioni, la ‘spalla’ di Saran al tavolo della sala polifunzionale del Patronato Pio X, è stato per fortuna un controcanto. Egli con la sua Compagnia del Careteo ha conosciuto i discendenti dei migranti veneti, raggiunti in due importanti viaggi nei tre stati del Sud del Brasile. Hanno conservato vivace memoria delle loro origini, vivono in una Paese, come aveva scritto anche Macola, ricco. A sorpresa, Simioni ha invitato al tavolo Catia Dal Molin, giovane signora brasiliana, i bisnonni originari del Vicentino, tornata in Italia per ricongiungersi alle radici e per raccontare l’epopea delle famiglie delle quali è discendente e le difficoltà degli italiani in Brasile tra il 1938 e il 1945.

Barconi, migranti, imbrogli: allora come oggi. Qualche accenno infatti è stato fatto, per ognuno la simmetria era percepita in modo palpabile, ma non è stata esaltata. Lo scopo della serata era ‘risuscitare’ Ferruccio Macola e il suo famoso réportage (ripubblicato fino al 1990) al seguito dei migranti. Che i veneti abbiano sperimentato sulla loro pelle e sulle loro relazioni familiari il peso della migrazione ha ferito un po’ tutti. C’era anche Guido Campagnolo, presidente della Trevisani nel Mondo, ed ha portato il saluto dell’Associazione e ha ricordato quanto viene fatto per i Trevisani e i Veneti nel mondo.